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AH…SE LA SCHIFFER FACESSE LE TAGLIATELLE...

AH…SE LA SCHIFFER FACESSE LE TAGLIATELLE...lavasse i piatti, fosse un’amante focosa (e fedele) e magari anche una madre premurosa…

Penso che nell’immaginario di tutti gli uomini ci sia una donna di questo tipo. Trasponendo il concetto in cinofilia, è possibile affermare che il cane bello, stilista, intelligente e di grande rendimento è anch’esso nei sogni di ogni cacciatore cinofilo.

Puntare in alto è giusto perché, come diceva mio nonno “a calare si fa sempre in tempo”. Però se vogliamo essere realisti probabilmente chi aspetta di andare a letto solo con la Schiffer morirà vergine: così anche il cacciatore-cinofilo-idealista che non tollererà un minimo dettaglio o una botta di coda nel girare un lacet, non possederà mai un cane decente e rimarrà sempre a “bordo campo” a criticare.

Ho usato questa metafora per dire che alla fine bisogna sì puntare al meglio, ma nello stesso tempo provarci; il “purismo” spesso ostentato, non diventi un alibi per non fare mai nulla, a volte può essere molto più gratificante uscire con Lilli Gruber che aspettare una mitica Schiffer senza difetti. Un cane perfetto è praticamente un’utopia, e mettere in fila tutte le caratteristiche necessarie per fare un buon soggetto da caccia o da prove è come fare 13 al totocalcio.

 

Se proviamo a pensare alle qualità che deve possedere un cane di questo tipo, ci rendiamo conto che esse sono non meno di una decina, e se una sola manca o è insufficiente, il cane è praticamente inutilizzabile. E’ per questo che selezionare un cane da caccia è molto più difficile che selezionare altri tipi di animali cui si richiedono due o tre caratteristiche peculiari e dove spesso prevale la morfologia che è visibile, quindi facile da valutare.

Nel cane da caccia si richiedono doti psicologiche spesso in antitesi tra loro e non facilmente misurabili; ad esempio: il soggetto da prove deve andare lontano e nello stesso tempo essere collegato, fermare quando l’istinto gli direbbe di scovare, riportare senza mangiare la preda, essere veloce e avere un olfatto adatto all’andatura (se andasse più piano sentirebbe meglio..) e così via…, tutto questo in perfetto stile di razza!

A pensarci non è affatto facile. Proviamo però a fare in “giochino” (cioè a fare 13), elencando le qualità che deve avere un cane in ordine di importanza: sagacia (passione), iniziativa, intelligenza, olfatto, fondo, ferma, consenso, stile di razza, morfologia corretta. E’ chiaro che ognuno ha il suo ordine in base alle proprie esigenze però dobbiamo tenere conto che alcune caratteristiche sono essenziali (come gli aminoacidi) altre no, ma tutte dovrebbero comunque dovrebbero superare la sufficienza se ponessimo come valutazione un punteggio da 1 a 10. Faccio un esempio: se tutte le qualità fossero da 10 avremo la mitica Schiffer, se per contro anche il solo olfatto fosse da 3 (e tutte le altre da 10), il cane sarebbe da buttare.

Dicevamo che a seconda che il cane sia utilizzato da un cacciatore-cinofilo o da un cinofilo-agonista, l’ordine di preferenza delle qualità cambia, nel senso che il primo dà più importanza al rendimento mentre il secondo allo stile. Visto però che la razza è una, ed è quella che si vuole migliorare, direi che la condizione essenziale è valutare tutte le caratteristiche, ponendo però un limite al di sotto del quale non si può scendere e nello stesso tempo cercare di migliorare le più deficitarie senza perdere le altre per strada (penso che la selezione sia questa).

Il banco di prova per esaminare queste caratteristiche dovrebbero essere le prove e la caccia-cacciata e da qui prendere le informazioni per allevare.

Riportando queste riflessioni alla situazione italiana osserviamo che il criterio di selezione (parlo in particolare di setter e pointer) è basato su una serie di prove (grande cerca, classiche, cacce pratiche), che avendo “note del concorso” diverse, dovrebbero valutare in modo complessivo le varie qualità del parco cani italiano. Dico dovrebbero perché, secondo me, l’anello debole di questa catena sono le cacce pratiche che come nota del concorso sono le più vicine alla caccia quindi le più in crisi.

Mentre per la grande cerca e le classiche si riescono ad avere terreni e selvaggina idonei a valutare alcune qualità dei cani, le cacce pratiche, non avendo in Italia selvaggina adatta (a parte qualche rara eccezione), sono diventate delle brutte copie di “attitudinali” dove al posto delle quaglie si lanciano starne o fagiani e quindi non vengono evidenziate quelle caratteristiche che dicevamo.

Questo non è un problema da sottovalutare perché, tornando al giochino di prima, se selezioniamo soltanto cani con stile da 10 ma intelligenza da 3, saranno cani inutilizzabili dai cacciatori, che poi soni i veri destinatari di questa selezione: infatti le prove sono nate come confronto tra i migliori cani da caccia e servono a selezionare cani da caccia sempre più efficaci e “possibilmente” più stilisti.

Pertanto questa dicotomia tra prove e caccia-cacciata tra cinofili e cacciatori fa male alla selezione di qualsiasi razza. E’ quindi ora di smettere di parlare due linguaggi differenti. Infatti per un cacciatore il cane da prove è il classico imbecille che corre bene e basta, per contro dal punto di vista dei cinofili i cani dei cacciatori sono poco più che dei cani da tartufo. Tanto che molti cinofili non vanno più a caccia e molti cacciatori odiano qualsiasi tipo di prova. Invece per fare della selezione su quelle famosissime caratteristiche c’è bisogno di entrambi.

Il punto d’incontro sono le cacce pratiche in quanto abbordabili sia dai cacciatori più evoluti che dai cinofili meno spocchiosi e qui si potrebbe unire lo stile al rendimento (cioè la Schiffer che fa le tagliatelle).

Purtroppo come si diceva, a parte alcune eccezioni tipo le prove di alta montagna, beccacce, beccaccini e poche altre in Italia, è molto difficile vedere cacce pratiche attendibili nonostante siano numerosissime.

A dimostrazione di questo c’è un dato oggettivo che ci fa pensare: i pointer che prevalgono molto spesso in grande cerca e classiche, nelle cacce pratiche (quelle vere) fanno fatica ad emergere perché da molti anni non sono più in mano ai cacciatori (che come dicevo selezionano soprattutto certe caratteristiche di concretezza e rendimento che le prove non riescono a vedere). La stessa cosa accadrà con il setter e le altre razze se ci allontaniamo dalla caccia cacciata intesa come 6-7 ore al giorno in terreni con 1 o 2 uccelli buoni e non 2 ore di azienda faunistica.

In questa situazione è determinante il ruolo dell’ENCI , delle società specializzate , ma soprattutto dei giudici i quali debbono dare indicazioni precise in merito con il loro operato.

P.S. Rileggendo queste riflessioni mi è venuto un dubbio: in Italia la caccia è ridotta come un grande fagianodromo, tra ambiti territoriali, aziende faunistiche. La maggioranza dei cacciatori caccia selvaggina immessa più o meno da poco tempo (questo indipendentemente dalla volontà dei cacciatori stessi) e che quindi non richiede cani particolarmente dotati di fondo, sagacia, indipendenza, intelligenza,senso del selvatico. Anzi molto spesso queste caratteristiche (indispensabili per la caccia a selvatici veri) sono controproducenti. Alla fine quindi quello che dicevo prima potrebbe essere del tutto sbagliato.

Però visto che c’è ancora qualcuno che la pensa come me, (che il cane prima deve andare a caccia , pio se è proprio bravo e sufficientemente stilista può fare anche le prove, caccia pratica naturalmente), penso che sia utile farsi sentire , conoscersi, magari andare a caccia insieme, sperando che la Schiffer si metta a fare anche le tagliatelle.

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